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Paese

Dati Generali
Il paese di Orune
Orune è un Comune della provincia di Nuoro. È situato a 745 metri sul livello del mare, in posizione dominante sulla vallata del Marreri. Conta 2939 abitanti. Fa parte della IX Comunità Montana “Nuorese?. Dista 22 km da Nuoro. Il paese è famoso soprattutto per le fonti e i pozzi templari presenti sul territorio in grande quantità. Il toponimo Orune, deriva dal greco oros che significa montagna, e sta chiaramente ad indicare la posizione elevata dell´abitato, rispetto ad altri centri.
Il territorio di Orune
Altitudine: 99/914 m
Superficie: 128,58 Kmq
Popolazione: 3021
Maschi: 1518 - Femmine: 1503
Numero di famiglie: 1139
Densità di abitanti: 23,50 per Kmq
Farmacia: corso Vittorio Emanuele, 3 - tel. 0784 276675
Guardia medica: p.zza R. Gattu - tel. 0784 276468
Carabinieri: via A. Deffenu 1, - tel. 0784 276822
Polizia municipale: p.zza R. Gattu, 3 - tel. 0784 276823

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Storia

ORUNE, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nuoro e nel mandamento di Bitti.

Secondo quello che notò il Fara nella sua corografia Orune fu compreso nel Goceano del giudicato di Logudoro e nella diocesi di Castra; ma forse nel principio non apparteneva nè a quel regno, nè a quella diocesi, come sappiamo non essere appartenuti nè Bitti nè Onani che sono nella stessa regione. Può essere che nelle guerre che furono tra’ regoli quello di Gallura abbia fatto delle perdite, o dovuto placare il vinto con la concessione di qualche castello o regione. Altrove abbiam parlato sullo stesso tenore in rispetto al castello di Montacuto, che certamente era dentro la frontiera della Gallura. V. art. Gallura.

La situazione geografica di questo paese è nella latitudine 40° 24' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 15' 30".

Siede in sull’orlo del grande altipiano bittese, quasi direi nel primo grado della costa e discesa in sulla valle di Marreri, esposto a’ venti de’ due quadranti meridionali dell’orizzonte, e mal difeso dagli altri, la cui corrente non passa molto alta su tetti. Più volte all’anno si fanno sentire in tal violenze che prostran gli uomini e svellon gli alberi.

Nell’inverno, così come nel resto della contrada bittese, la temperatura talvolta è immite secondo il vento che spira, e la terra si copre di nevazzo.

Nell’elevazione in cui si trova l’abitato che ingombrasi soventi di nebbia questa non sorge dalla prossima valle, ma è di nuvole basse che passano e si arrestano; quindi è innocente.

Le tempeste di grandine e di fulmini sono piuttosto rare.

L’aria sarebbe purissima se nel paese, che è in suo-lo secco non fossero de’ letamai.

L’abitato occupa un’area considerevole ed è traversato da una strada principale, che, come quella della capitale, nel quartiere del castello, per l’uso di nominar le cose con le contrarie indicazioni, dicesi diritta perchè non diritta.

Territorio. È di grande estensione, parte sull’altipiano e parte sulle pendici del medesimo.

Notansi alcune eminenze prossime al paese, delle quali una in forma di colle, e sono appellate di s. Andrea, di Monte marche, e Su Nodu de sa mandra veccia, nella cui sommità trovasi lo spettatore in centro ad un amplissimo orizzonte, e soglion riposare i banditi, siccome in luogo onde sono veduti tutti i sentieri, e si hanno molte uscite a salvezza.

Il granito è la roccia che trovasi per tutto, la quale in siti trovasi perfetta, come è paruta ad alcuni, e potrebbe adoperarsi dall’arte a belle opere.

Le fonti sono moltissime e versano tanta copia di acque che si formano in frequenti ruscelli perenni e vanno in aumento de’ fiumi, uno detto il Badesole, primo confluente del Tirso, l’altro il Marreri in fondo alla valle ed è confluente del Cedrino: i quali se pajono ordinariamente di poca importanza sono però terribili e dannosi, quando per le piogge crescon da’ torrenti; già che allora impediscono minacciosi il passaggio e mal contenuti nel piccol e poco profondo alveo si slargano invadendo i seminati e rovinando i lavori e le speranze degli sfortunati agricoltori.

I rivi principali che versano nel primo di questi sono quel di Marras, Ortivirde, Canu de’ Kerbu, e Oliu; nel secondo quel di Monte Kerbosu, Nidecorbu, sa Matta.

Sono alcuni piccoli crateri dove si raccolgono le alluvioni, e in parte paludi, che non sembra essere in alcun tempo causa d’infezione all’atmosfera, trovansi anguille, nuotano varie specie acquatiche, e abitano piccole testuggini.

I grandi vegetabili sorgono in tutte parti, eccettuate una sola regione, dove il fuoco ne fece distruzione, e vedonsi ora di specie miste, ora una sola predominante, dove un po’ rari, dove folti. I ghiandiferi sono assai comuni nelle tre specie. Nel piano e salto, che dicono di s. Efisio, il leccio è la sola specie, e molti individui, quelli che il caso salvò dalle scure de’ pastori, sono in tutta integrità e sviluppo e di notevole grandezza, e in alcuni tratti hanno nella ramificazione forme così belle che paja esservisi adoperata l’arte, come in un giardino.

Selvaggiume. In questi salti volano tutti i maggiori uccelli, le aquile, gli avoltoi, i falchi e gli altri volatori di rapina; sono numerosissimi i colombi, le pernici e tante altre specie gentili.

I cacciatori prendono cervi, daini, cinghiali, volpi, lepri, ricci (erìtos) e martore. Soventi si formano grosse compagnie, ed è la caccia una delle migliori ricreazioni per i benestanti.

Si fanno più spesso le caccie mute; si attende la fiera dove per le sue traccie si sa che essa passa per andar a pastura o a bevere, e quando essa viene sotto il colpo si opera.

Popolazione. Componesi di anime 1805, distinte in maggiori di anni 20, maschi 550, femmine 560, e minori, maschi 345, fem. 340, divise in famiglie 440.

In numero medio nascono all’anno 60, muojono 35, si contraggono 12 matrimoni.

L’ordinario tratto della vita è al sessantesimo.

Le malattie più frequenti sono le infiammazioni di vario genere. Il passaggio dal caldo al freddo è spesso micidiale e i più muojono di dolor laterale.

Gli orunesi vestono come i bittesi. Nel cappotto usa-si l’azzurro per le rivolte, o i soppanni, lo stesso colore vuolsi nel rovescio del giubbetto di scarlatto, il rosso per orlo nelle brache e negli usatti. Al cappotto o cappottino aggiungono il gabbano, chè è talare, con la cocolla, e le pelliccie d’agnelli, e con maniche in forma di casacca nella stagione invernale per i pastori, i quali come le bestie da essi governate passano le più crude nottate di pioggia, di vento freddo, di ghiaccio, e di neve, nel salto, dove non si possono ricoverare che sotto gli alberi,

o in una capanna formata di rami. Tutti i menti sono barbuti, tutte le teste zazzerute, tutte le persone con le cartucciere sopra il cinto di cuojo, e i pastori spesso armati di scure, arma di cui giustificano l’uso. Le persone distinte vestono come nella città, ma spesso uniscono alcune parti delle due mode. Il cojetto è usato da pochi.

Le donne usano la benda, come esse dicono, o il velo di lino gentile, il giubbetto (su corittu) tutto foderato a velluto rosso o azzurro con vari ricami, con maniche fesse in avanti, che vestesi sopra un busto (s’imbustu) il quale in avanti gonfiasi in somiglianza d’un petto di gallo con la testa senza collo, sotto il quale portasi un corpetto di panno giallo, guarnito a velluto o nastro rosso o in broccato. Le gonnelle sono di panno rosso, grigio o nero, e nel lembo hanno una fascia di altra roba, larga più d’una spanna con tre giri di nastri a diverso colore sopra e sotto quella zona. Negli ornamenti d’oro e argento non c’è quel lusso che vedesi nelle donne campidanesi.

Nelle felici contingenze vedesi esultazione e allegrezza di conviti, danze e canti; nelle funeste una profonda tristezza, silenzio, ritiro, solitudine, principalmente nelle donne.

I defunti seguono a onorarsi con le nenie funebri, nè si possono persuadere che sia cosa empia piangere sopra i cari che si perdono, e ricordar piangendo e cantando mestamente i pregi estinti, le speranze mancate, come si persuadono che sono veramente cosa illecita tante pratiche superstiziose che si lasciano sussistere, e si fomentano per mala cupidigia. Era però irreligioso e indecente che l’attito si facesse, come in altri tempi si facea nella chiesa, sopra la tomba del defunto, quando le vedove, le madri o le sorelle andavano ne’ dì festivi alla messa dell’aurora standovi scarmigliate e piangenti.

Sul carattere morale degli orunesi si è notato quello che era a notare nell’articolo Nuoro provincia.

I corpi sono ben fatti e robusti, però pazienti della fatica, quando v’è volontà di faticare, e duri ai rigori delle stagioni.

Nelle donne è ragguardevole la beltà delle forme, il vigore e l’operosità.

Professioni. De’ sunnotati uomini sono applicati al-l’arte agraria 200, comprendendo i giovani, alla pastorizia 400, alle varie arti necessarie 50, al negozio 15 ecc.

Le donne lavorano con grande studio sulla lana pezze di panno per il vestiario, che esse poi tingono ne’ colori soliti, bisaccie e sacchi, che si vendono e trasportano alle fiere di tutte le parti dell’isola; e sono in opera non meno di 300 telai di antica forma.

Di stabilimenti benefici non si può notare alcuno, come in tutti gli altri paesi della Sardegna con rarissime eccezioni. Si aveano idee molto strane sull’impiego che si potesse fare de’ beni per merito dell’anima propria; molte lascite furono fatte, le quali per le pessime amministrazioni in gran parte venner meno senza alcun vantaggio della chiesa, de’ comuni e de’ poveri. Ma la provvidenza del governo che ordinatamente ha operato sopra l’immenso antico disordine delle cose sarde si è già volta anche su questa parte.

La istruzione primaria si fa, ma, come per tutt’altrove, a uno scarsissimo numero di fanciulli. Se i padri saranno persuasi a mandare i loro figli alla scuola, se i maestri non facciano il debito non può sperarsi alcun vantaggio da questo utile stabilimento. Qual è il frutto che si può indicare ottenuto dopo 24 anni da che è aperta la scuola? quanti sono nel paese che sanno leggere e scrivere? Dagli otto corsi già compiti si sarebbero dovuti avere per lo meno 210 giovani già istruiti, e tuttavolta nel paese, compresi tutti, non vi sono 50 persone che sappian quello di che il governo li volle istruiti. Incontro a questo fatto, che si verifica quasi per tutto, si vede che gli elogi che si fanno sono menzogne.

Agricoltura. Nell’orunese le più parti del territorio sono atte meglio alla pastorizia, che alla agricoltura; tuttavolta convien dire che la superficie complessiva, che è e può essere coltivata, è di tanta estensione, che potrebbe benissimo produrre alla sufficienza di cinque o sei volte tanto dell’attuale popolazione. L’agraria ha già guadagnato qualche cosa sopra i pascoli liberi, e sperasi che guadagnerà ogni giorno più se quell’associazione formata dal paroco del paese e della quale abbiam reso ragione nell’articolo Nuoro provincia proceda nelle norme stabilite e non venga a raffreddarsi lo zelo dell’istitutore, e a mancare la cooperazione de’ soci. V. artic. citato.

La quantità solita seminarsi fin qui può rappresentarsi ne’ seguenti numeri, starelli di grano 150, orzo 250, fave 10, legumi 20.

La fruttificazione del grano notasi comunemente al settuplo, quella dell’orzo al decuplo. Mangiasi dagli orunesi, che sono agiati, del pane di frumento, dagli altri e da’ servi insieme delle case principali pane d’orzo, e pare che non sempre la messe dia l’intera provvista, nominatamente dell’orzo perchè questo serve anche per alimento a’ cavalli. La coltura delle patate è stato un ottimo soccorso e supplemento, perchè non pochi le mangiano impastate nella farina, e i poveri arrostite.

La coltura del lino forse è pure minore assai del bisogno delle famiglie.

Alle specie ortensi è destinata un’area ristretta anzi che no: si coltivano più comunemente cavoli di varie sorte, zucche, pomidoro, lattughe ecc.

Le viti hanno in questo territorio de’ luoghi ottimi per la esposizione, principalmente nella parte meridionale del territorio nella vasta pendice dell’altipiano; tuttavolta sono neglette, piantate spesso in siti poco convenienti, mal curate, e così poche che tutto complessivamente il vigneto appena produrrà cento cinquanta cariche di vino, che sarebbero bastevoli a tre o quattro mesi, se tutto il mosto si bevesse e non se ne bruciasse il terzo ad acquavite. Vedesi da questo quanto gli orunesi devono ogni anno sborsare agli olianesi, dorgalesi, e ogliastrini per aver al bisogno di tutto l’anno. Questi paesani sono bevitori più che altri del pianoro, e per questo il numero delle taverne aperte è superiore a quello che è in Bitti; amano parimente i liquori, non pertanto accade di rado, che vedesi un ubbriaco.

Gli alberi fruttiferi di poche specie sono pure in piccol numero, e forse non ne dimentico un centinajo se li numero a soli 1500.

Essendo predominante in questo paese la popolazione pastorale è però, come potea supporsi, assai ristretta la superficie che dopo la legge delle chiudende si è ridotta in vera proprietà cingendola con muriccie

o con siepi. In totale forse non sono chiuse che due miglia quadrate, comprendendo in questo totale le vigne e i piccoli chiusi. Le tanche non saranno in numero più di venti, e tra esse sono poche quelle che abbiano un’area considerevole. Nelle più sono chiusi molti alberi ghiandiferi, e pare che tutte sieno esclusivamente per la pastura del bestiame manso, e in nessuna parte adoperate per la coltura.

Pastorizia. I numeri de’ capi che si educano non pare che sieno ordinariamente superiori agli infrascritti.

Bestiame manso: buoi per l’agricoltura e per vetturamento 100, vacche mannalite allo stesso uso 60, cavalli 150, giumenti 400 per la macinazione e anche per trasporto di legne piccole, majali 250.

Bestiame rude: vacche 3500, capre 6000, pecore 20000, porci 2500, cavalle 100.

Sebbene i salti sieno vasti, e molto producano di pascolo, se non manchino per molti mesi le pioggie come accade non di rado, non di meno gli orunesi devon affittare il salto che dicono di Dulusorre, antico paese distrutto, che trovavasi all’oriente, e divide-si tra il bestiame di Orune, Lula, Orosei, Galtelli e Dorgali. Ivi le pecore si possono nutrire nell’inverno essendovi riparate da’ venti freddi, e il suolo quasi sempre scoperto dalle nevi.

Come in altri paesi pastorali così in questo hanno-si poche cognizioni veterinarie, e sulla igiene del bestiame: quindi si abbandonano i branchi alla provvidenza senza saperli rimuovere da ciò che loro nuoca, e senza saper che fare per risanarli ammalati, e prevenire i morbi.

I formaggi sono molto stimati. Nel caseificio rari sgrassano il latte se non sia il vaccino quando formasi in pere. Ma quelle pere restano ancora ben grasse contentandosi il pastore di estrarre una piccola quantità di manteca.

Lo smercio di formaggio si fa nel porto d’Orosei, e sarebbe maggiore la sua quantità se non si consumasse giornalmente circa la metà del latte per il vitto. Sono migliaja le mammelle produttive, ma la copia è così ristretta che sarebbe maraviglia a chi sa il prodotto degli stessi animali in luoghi dove sono meglio educati. Cento vacche dan meno al pastore sardo, che dieci al subalpino.

Le pelli e i cuoi si conciavano nello stesso luogo da due conciatori tempiesi.

Apicoltura. Anche su questo sono negligenti gli orunesi, e da’ bugni che hanno alcuni possono appena farsi la provvista del miele. Nella parte meridionale e intorno allo stesso paese la situazione sarebbe ottima perchè ivi l’aria quasi sempre temperatamente incalorata.

Commercio. Gli articoli, da’ quali si lucra sono i prodotti pastorali, capi vivi, formaggi, pelli, e lane, quindi le manifatture delle donne. La somma delle vendite forse non sorpassa gli 80 mila franchi, la quale poi devesi forse quasi intera rendere nella compra di tante cose di cui abbisognano, e della più parte delle quali potrebbero gli orunesi fornirsi con la propria industria se fossero industriosi.

Le vie agli altri paesi sono aspre e difficili, rare quelle, in cui possa procedere il carro.

Religione. La parrocchia di Orune è nella diocesi di Galtelli, o Nuoro, ed è amministrata da un sacerdote che ha il titolo di vicario foraneo ed è assistito nella cura delle anime da altri tre preti.

La chiesa maggiore è dedicata alla SS. Vergine nella commemorazione della sua natività, ed è però comunemente appellata di s. Maria.

Per le obblazioni di molte persone piè la sua sacristia è ricca più che altre della stessa provincia, avendo molto bestiame grosso e minuto di sua proprietà, pastori di vacche 25, di pecore 2, di porci altrettanti; inoltre molte terre di cultura e di pastura, dove si fa seminagione e si introducono i branchi propri della chiesa e gli altrui per un fitto convenuto. L’amministrazione può supporsi buona se i capitali fruttifichino bene.

Le chiese minori sono in numero di nove, e denominate da s. Michele, s. Luca, la B. Vergine degli Abbandonati, la s. Croce, s. Bernardo, la Vergine di Buonaria, s. Sebastiano, s. Andrea Apostolo, che tienesi patrono del paese, e la Vergine dell’Altura, alla quale nel 1832 fu eretto un tempietto per causa d’un miracolo, divolgato non so da chi, fatto dalla N D. che invocata con questo titolo nuovo fece rivivere un morto.

Abbiam già notato altrove come certe persone abusando della credulità de’ popoli (e soventi sono quei certi romiti che con qualche imagine di santo vanno girando per i paesi lemosinando, o chiedendo offerte) spaccino de’ miracoli strepitosi, volgano l’attenzione delle donne pie verso il novello intercessore, e attirino le persone devote con la promessa di grazia certissima, se la domandino nella propria chiesa o cappella del santo, e gli altri con lo spettacolo della corsa, e con la ricreazione delle danze. Quando ottengasi questo allora gli empi speculatori, questi malvagi fautori delle superstizioni, sono sicuri di un cospicuo reddito per le molte obblazioni, che fanno le persone che han bisogno di celeste ajuto, e per quelle che si presentano per voto da coloro che sono persuasi di aver ricevuta una grazia miracolosa per mani del santo; e perchè questo lucro continui e cresca si pubblicano dagli interessati le maraviglie più stupende, e dicono apertamente con grossolane bestemmie, che gli altri santi non si interessano più per i loro veneratori, e che la stessa SS. Vergine esaudisce più facilmente invocata con un titolo, che con un altro. Le cose restano in questo stato finchè altri speco-latori non pubblichino miracoli maggiori, e con nuovi allettamenti torcano il concorso alle nuove cappelle. Essi ottengono spesso d’ingannar i superiori facendo vedere che è da movimento spontaneo de’ popoli, non da loro arti, le quali non restano nascoste agli intelligenti che vanno su’ luoghi, osservano le loro maniere, e vedono tutto.

Le principali feste sono per la Vergine degli abbandonati, s. Lorenzo, s. Margherita, la Vergine Consolatrice, la Vergine d’Itria, s. Efisio, la Vergine dell’altura, e s. Costantino, regolo di Logudoro. Per queste, come pure per la solennità del Corpo del Signore, si corre il palio e sono proposti tre premi diversi a’ tre primi. Accade talvolta, come nella festa della Vergine dell’Altura, che corrano dopo i cavalli grandi anche i polledri, e dopo questi i cavalli da sella. In occasione della medesima concorrono da’ prossimi paesi molti ospiti, parte per causa di religione, e i più per ricreazione, per danzare, per udire gli improvvisatori, veder la gara della corsa e i fuochi artifiziali.

Il camposanto, siccome erasi ordinato dal governo, non fu fatto e i cadaveri sono sepolti nel cemiterio antico che è alla estremità dell’abitato. È stupenda la forza d’inerzia per cui si resiste a uscire dalle antiche consuetudini, e quando si ha a fare una cosa, che sia poco grata, si procrastina mettendo avanti mille pretesti finchè essa sia dimenticata.

Ne’ salti sono tre chiese, una dedicata alla Vergine della Difesa a mezz’ora dal paese, edifizio antichissimo e a tre navate; l’altra alla Vergine d’Itria, di struttura parimente antica e di pari forma, alla distanza di venti minuti; la terza a s. Efisio a due navate, e a distanza di due ore.

Antichità. Nell’orunese sono conosciuti undici nuraghi, e sono il n. di s. Giulia, così denominato da una cappella prossima ora distrutta; il n. di Nunnale; il n. della Vergine d’Itria o del Prato; il n. di s. Efisio; il n. di Galile; il nuraghe Curtu; il nuraghe Ederosu; il n. di Serra de mesu; sos nuraches; il n. di Istiti; il n. di Ilaila. I medesimi sono distrutti nelle più parti, e quasi tutti a ingresso comodo alla statura ordinaria e in siti elevati. Alcuni sarebbero degni d’esser ben considerati, e in due o tre, nominatamente in quello di Ilaila, si sono trovate varie anticaglie che forse ora sono perdute.

Sono in questo territorio visibili ancora le vestigie di alcune antiche popolazioni; una intorno alla indicata chiesa di s. Efisio, dove scavando si scoprono molte e solide fondamenta con rottami di tegole di vasi ecc. La distruzione della quale deve essere accaduta in tempo assai rimoto, perchè è mancata ogni tradizione e il suolo è parte di una annosa selva di lecci; l’altra era presso la sunnotata distrutta chiesa di s. Giulia, e non si sa con qual nome appellata; una terza nel piano di Nunnale, forse così nominata, dove restano ancora certissimi indizi nelle fondamenta, nelle pietre riquadrate e ne’ rottami di vario genere. La chiesetta dell’apostolo s. Andrea, apparteneva a quella comunità, e vuolsi sia stato uno de’ primi luoghi, che quando in queste regioni fu introdotta la credenza cristiana, si consacrarono al culto, dove a un conoscitore delle antichità appariscono veramente alcune indicazioni di tempi romani, e mostrasi siffatta forma, che accenna alla semplicità de’ primi fedeli, che adoravano in spirito, e facevano forse nascostamente i riti.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Orune
16 gennaio: Festa di Sant'Antonio Abate
2 febbraio: Festa di San Biagio
7 agosto: Su Consolu
20 agosto: Festa di San Bernardino
27 agosto: Festa della Madonna del Carmine
1 novembre: Ognissanti